L’apprendimento è “la continuazione del processo naturale di crescita e sviluppo inteso come un processo rispettoso, innanzitutto, della natura del bambino. Pertanto nessuna proposta di apprendimento può essere proposta senza la scontata conseguenza di sacrificare nel tentativo aspetti: di consapevolezza, di interesse, di piacere per quel che si fa, di creatività, di autostima, di ritmo personale”1.
Gli individui, qualunque sia la loro età, hanno una predisposizione naturale all’apprendimento, che, tuttavia, nei primi anni di vita è maggiore, e questa predisposizione naturale è, inoltre, progressista: si pensa continuamente ad attività sempre più difficili e complesse.
Dunque vi è una necessità di esplorare, conoscere, sperimentare gli ambienti e il proprio corpo. L’utilizzo di nuovi materiali o di situazioni di lavoro a loro sconosciute deve tenere conto di probabili difficoltà nel mettersi in gioco e di conseguenza di possibili blocchi emotivi. Non sono necessari inviti, richiami, costrizioni.
L’attitudine ad apprendere è la più singolare caratteristica umana. […] Non c’è apprendimento senza motivazione, perché la passione è la madre del pensiero2.
L’istruttore, se come vedremo più avanti è da considerarsi anche e soprattutto un educatore, deve essere in grado di riconoscere le aree nel quale il bambino o la bambina sono a proprio agio e forti e dovrebbe attivarsi per potenziarle, proponendo attività sempre diverse con tale obiettivo. Le aree di interesse del bambino non vanno sacrificate in funzione di un programma asettico che non le contempli […] Ogni programma di lavoro, ogni singola proposta di gioco deve avere, nella nostra metodica, un collegamento diretto con quelle che sono le capacità cognitive, motorie, sociali ed affettive attuali del bambino e deve, allo stesso tempo, essere in perfetta sincronia con le aree d’interesse pertinenti ad ogni bambino.3
Se l’apprendimento è qualcosa di così naturale, bisognerebbe ragionare allora quale struttura debbano avere le nostre lezioni: estremamente direttive, lasciate alla libertà più totale di sperimentazione da parte dei bambini o una via di mezzo? Se a livello pedagogico la prima via è ormai stata scartata, c’è da ragionare sulle altre due modalità.
1Ivi.
2Apprendimento e gioco, Rivista SSEF, Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze.
3L’apprendimento del bambino, di Hugo Lavalle, da rivista InAqua, numero uno, gennaio – giugno 2007
